UNA CHIESA CHE FA MEMORIA E LA VIVE

L’ARTE di celebrare, un impegno di tutti

Introduzione

            L’Ars celebrandi cerca di coniugare tre realtà intimamente legate: la liturgia e la sua celebrazione, la bellezza e la vita.

            Vivere l’Ars celebrandi della liturgia non è possibile attuarla senza richiamare alla memoria un passaggio dell’Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis di papa Benedetto XVI: “L’ars celebrandi deve favorire il senso del sacro e l’utilizzo di quelle forme esteriori che educano a tale senso, come, ad esempio, l’armonia del rito, delle vesti liturgiche, dell’arredo e del luogo sacro. La celebrazione eucaristica trova giovamento là dove i sacerdoti e i responsabili della pastorale liturgica si impegnano a fare conoscere i vigenti libri liturgici e le relative norme, mettendo in evidenza le grandi ricchezze dell’Ordinamento Generale del Messale Romano e dell’Ordinamento delle Letture della Messa. Nelle comunità ecclesiali si dà forse per scontata la loro conoscenza ed il loro giusto apprezzamento, ma spesso così non è. In realtà, sono testi in cui sono contenute ricchezze che custodiscono ed esprimono la fede e il cammino del Popolo di Dio lungo i due millenni della sua storia. Altrettanto importante per una giusta ars celebrandi è l’attenzione verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parola e canto, gesti e silenzi, movimento del corpo, colori liturgici dei paramenti. La liturgia, in effetti, possiede per sua natura una varietà di registri di comunicazione che le consentono di mirare al coinvolgimento di tutto l’essere umano. La semplicità dei gesti e la sobrietà dei segni posti nell’ordine e nei tempi previsti comunicano e coinvolgono di più che l’artificiosità di aggiunte inopportune. L’attenzione e l’obbedienza alla struttura propria del rito, mentre esprimono il riconoscimento del carattere di dono dell’Eucaristia, manifestano la volontà del ministro di accogliere con docile gratitudine tale ineffabile dono[1].

            Queste espressioni ci fanno riflettere come la liturgia nella vita della Chiesa, indicano il perché la Chiesa[2]  non può vivere senza la liturgia.

  1. La “Sacrosanctum Concilium”[3]: stupendo programma di vita ecclesiale

            La Costituzione conciliare sulla Liturgia, primo frutto del Vaticano II, può  essere, a giusto titolo, considerata come uno stupendo programma di vita ecclesiale.

In pochi articoli traccia le linee maestre che rivelano lo spirito di una rinnovata ecclesiologia di comunione dove la “liturgia contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il Mistero di Cristo”[4], quale “ prima ed indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano”[5].

            Ci ricorda papa Francesco: «L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi»[6]. Esemplificando: una sposa non può fare a meno dello sposo, il discepolo non può separarsi dal maestro, così la Chiesa non avrebbe senso se non  si riunisce in assemblea liturgica per celebrare l’evento che le ha dato origine.

            Per conseguire questo nobilissimo scopo è necessaria un’accurata formazione[7] dove l’obiettivo, fondamento nella vita liturgica della Chiesa, è “un’azione orientata a conferire all’uomo una forma vitale, unitaria, aiutando la persona ad esplicare tutte le sue capacità e virtualità in maniere armonica ed equilibrata”[8].

            La vita liturgica nella Chiesa non è un lusso, ma una parte integrante della nostra esistenza. L’aspetto esterno e sensibile della liturgia è senza dubbio utile, perché siamo composti di corpo ed anima[9], ma esso otterrà il suo scopo solo quando, attraverso la varietà e la bellezza dei riti, sapremo accogliere  gli insegnamenti che diventeranno preghiera.

Atto di fede, dunque, grido di speranza, voce di desiderio che forma la preghiera: solo in questo modo la Chiesa nella sua vita liturgica camminerà in nella novità della vita.

  • La vita liturgica con Cristo

La storia di Cristo raggiunge la sua completezza quando Egli rinnova i suoi  misteri nell’anima dei fedeli.

Gli scritti evangelici ci riportano nel passato ai fatti e ai gesti del Salvatore: è un inizio, occorre a questi testi il commento delle nostre vite, dove la storia del Redentore non sarà completamente raccontata che nella storia dei redenti.

Le nostre celebrazioni non debbono e non possono ridursi solo a formule e a cerimonie, ossia ad un culto meramente esteriore; per raggiungere lo scopo la vita liturgica deve realizzare attraverso il segno, la nostra intima partecipazione al sacrificio di Gesù, sacerdote[10] e vittima.

Ne consegue che, la nostra partecipazione alla vita liturgica per essere piena e reale, suppone la nostra inserzione nell’azione sacrificale di Gesù Cristo.

La celebrazione liturgica della Messa e dei Sacramenti sono inseparabili dalla vita; infatti la liturgia non è fine a se stessa, ma è ordinata ad associare la Chiesa all’offerta di Cristo, anzi a fare di essa il Cristo nel suo atto di salvezza. Perciò la Chiesa è e deve essere una comunità di vita.

La liturgia della Chiesa ha una modalità discreta e al contempo chiara di ricordare al popolo di Dio, radunato per la celebrazione dei divini misteri, la presenza fondamentale del PROTAGONISTA. Pensiamo al saluto liturgico “Il Signore sia con voi” e quante volte viene offerto nella celebrazione. Perché questo? Non è pensabile andare all’essenza della liturgia senza riaffermare che il suo primo Protagonista è Gesù Cristo.

  • La vita liturgica con e per i fratelli

            “Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito Santo, non solo perché, predicando il Vangelo a tutti gli uomini, annunziassero che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di satana e dalla morte ci ha trasferiti nel regno del Padre, ma anche perché attuassero, per mezzo del Sacrifico e dei Sacramenti, sui quali s’impernia tutta la vita liturgica, l’opera della salvezza che annunziavano”[11].

            La Chiesa non vive solo di liturgia: ci sono altre mansioni che il Signore le ha affidato, anche se essa occupa un posto centrale. Da essa tende la catechesi, da essa tende la testimonianza.

Vediamo quindi che traducendo in termini “classici” parliamo di evangelizzazione e di carità.

La comunità ecclesiale ha il suo principio di vita attorno all’altare: tutto il lavoro della comunità parte dall’altare e all’altare ritorno, cioè a Cristo e da esso ne trae forza.

Si evince che la liturgia non soltanto crea, esprime e conferma l’unione del popolo con il suo Dio, ma altresì l’unione dei membri della comunità fra di loro capaci di essere per gli altri testimoni ed evangelizzatori. La liturgia quindi, spinge l’individuo ad uscire dal proprio io a fare comunità con i fratelli, ma anche a lavorare con i fratelli nella varie situazioni per costruire il Regno di Dio.

L’azione comunitaria che nasce dalla liturgia stessa e si espande nella vita, segna l’inizio di un’epoca nuova, più feconda, dove l’individualismo scompare e si crea la spiritualità di comunione. La vita liturgica è per il mondo il Vangelo della carità, un mondo da riconciliare con il Padre,[12] dove la sua missione è la missione di ogni cristiano[13].

            4. Una Chiesa che fa memoria e la vive: l’ARTE di celebrare

            Vivere dunque la liturgia con la Chiesa e nella Chiesa!

            Alla luce di quanto abbiamo detto appare chiaro come la Chiesa continuamente si manifesta al mondo in un dinamismo speciale di rinnovamento pastorale continuo, allo scopo di offrire con efficacia all’uomo moderno, i mezzi della salvezza.

            La liturgia non è un gioco, non è mera esecuzione di sequenze rituali; per questo necessita di un’ARS (arte), dello “splendore della nobile semplicità dei riti[14] che  aiuti l’assemblea ad entrare in contatto con ciò che cerca: una parola, la sua situazione esistenziale, qualcosa che risuoni nel suo cuore e, soprattutto, l’aiuti e percepire almeno un presagio della liturgia celeste del Risorto.

            Ricordava papa Benedetto XVI:

            Ars celebrandi: anche qui direi che ci sono dimensioni diverse. La prima dimensione è che la celebratio è preghiera e colloquio con Dio: Dio con noi e noi con Dio. Quindi, la prima esigenza per una buona celebrazione è che il sacerdote entri realmente in questo colloquio. Annunciando la Parola, si sente egli stesso in colloquio con Dio. È ascoltatore della Parola e annunciatore della Parola, nel senso che si fa strumento del Signore e cerca di capire questa Parola di Dio che poi è da trasmettere al popolo. È in colloquio con Dio, perché i testi della Santa Messa non sono testi teatrali o qualcosa di simile, ma sono preghiere, grazie alle quali, insieme con l’assemblea, parlo con Dio. […]. Oltre a questo, dobbiamo anche imparare a capire la struttura della Liturgia e perché è articolata così. La Liturgia è cresciuta in due millenni e anche dopo la riforma non è divenuta qualcosa di elaborato soltanto da alcuni liturgisti. Essa rimane sempre continuazione di questa crescita permanente dell’adorazione e dell’annuncio. Così, è molto importante, per poterci sintonizzare bene, capire questa struttura cresciuta nel tempo ed entrare con la nostra mens nella vox della Chiesa. Nella misura in cui noi abbiamo interiorizzato questa struttura, compreso questa struttura, assimilato le parole della Liturgia, possiamo entrare in questa interiore consonanza e così non solo parlare con Dio come persone singole ma entrare nel «noi» della Chiesa che prega. E così trasformare anche il nostro «io» entrando nel «noi» della Chiesa, arricchendo, allargando questo «io», pregando con la Chiesa, con le parole della Chiesa, essendo realmente in colloquio con Dio. 

Così il nostro celebrare diventa realmente un celebrare «con» la Chiesa: il nostro cuore è allargato e noi non facciamo un qualcosa, ma stiamo «con» la Chiesa in colloquio con Dio. Mi sembra che la gente avverta se veramente noi siamo in colloquio con Dio, con loro e, per così dire, attiriamo gli altri in questa nostra preghiera comune, attiriamo gli altri nella comunione con i figli di Dio; o se invece facciamo soltanto qualcosa di esteriore. L’elemento fondamentale della vera ars celebrandi è quindi questa consonanza, questa concordia tra ciò che diciamo con le labbra e ciò che pensiamo con il cuore.

In altre parole, l’ars celebrandi non intende invitare ad una specie di teatro, di spettacolo, ma ad una interiorità che si fa sentire e diventa accettabile ed evidente per la gente che assiste. Solo se vedono che questa non è una ars esteriore, spettacolare – non siamo attori! – ma è l’espressione del cammino del nostro cuore, che attira anche il loro cuore, allora la Liturgia diventa bella, diventa comunione di tutti i presenti con il Signore. […].

Poi ci deve essere una adeguata preparazione. I chierichetti devono sapere che cosa fare, i lettori devono sapere realmente come pronunciare. E poi il coro, il canto, siano preparati; l’altare sia ornato bene. Tutto ciò fa parte – anche se si tratta di molte cose pratiche – dell’ars celebrandi. Ma, per concludere, elemento fondamentale è questa arte di entrare in comunione con il Signore, che noi prepariamo con tutta la nostra vita di sacerdoti[15].

            Questa prodigiosa vitalità in un’epoca come la nostra è il segno più sicuro della presenza operante di Cristo in mezzo ai suoi. Trovandosi innanzi all’evoluzione della cultura, la Chiesa, sensibile alle esigenze del popolo di Dio, orienta il pensiero e l’attività verso una pastorale eminentemente liturgica ed una liturgia eminentemente pastorale.

            La stessa Costituzione conciliare lo afferma: “Poiché il Sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno più la vita dei fedeli […] e di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa, ritiene di doversi interessare in modo speciale anche della riforma e dell’incremento della liturgia”.[16]

La liturgia nella vita della Chiesa è memoriale e proposito di fare memoria con i fratelli.

            5. La “Nobile semplicità” richiesta dal Vaticano II[17]

            Si celebra con arte quando i diversi elementi della liturgia (quelli visibili, udibili, toccabili, gustabili, odorabili) sono ordinati in modo dignitoso ed armonico e permettono all’Invisibile della fede e della grazia di essere manifestato.

            Celebrare con arte significa rivelare la bellezza di Dio nel mettere ordine gli spostamenti, gli atteggiamenti e le posture, le parole e i gesti, le letture e i canti; intervenire nei tempi e negli spazi adeguati, mantenere il tono giusto della comunicazione, in una buona coerenza con ciò che precede e ciò che segue, in una buona corrispondenza tra ciò che viene fatto e ciò che viene detto. Ci ricorda papa Benedetto XVI: “Il valore tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor.  Tale attributo cui facciamo riferimento non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell’amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina, ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l’amore. La vera bellezza è l’amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale. La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. La bellezza pertanto non è un fatto decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costituivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione sui debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo al propria natura[18].

            Le nostre celebrazioni oggi soffrono uno sbilanciamento sul versante della comunicazione verbale. Omelie eccessivamente lunghe a fronte di preghiere eucaristiche recitate a velocità da… formula uno! Oppure commenti e spiegazioni ad ogni momento della  Messa; incapacità di dare senso ai gesti, alle parole; scelte di canti non appropriati, stiracchiati, gridati, poca cura di quanto ci è stato consegnato.

            La liturgia non è una catechesi, per cui al centro dell’attenzione non c’è una trasmissione di contenuti, di idee; si tratta, piuttosto, di vivere un incontro. La celebrazione non è un oggetto da comprendere intellettualmente, essa è contatto, emozione, incontro. È azione, è movimento, è un «esodo» continuo per incontrarsi con l’Invisibile a partire da elementi visibili.

La grazia di Dio ci raggiunge non “nonostante” ma proprio “attraverso” i gesti, i movimenti, i suoni, gli odori, i sapori. Questo vuol dire il Concilio quando afferma che la salvezza ci raggiunge “per ritus et preces”.

            Celebrare con arte nella “nobile semplicità” significa lasciarsi afferrare dall’azione di Dio che opera nei segni liturgici, prendere sul serio il senso delle parole e dei gesti che si pongono in atto durante la celebrazione, perché si partecipa alle celebrazioni in modo pieno, attivo e consapevole, non solo con la mente, ma con l’anima e il corpo, con tutti i cinque sensi, in sintonia con il mistero in atto nella celebrazione. Infatti “le nostre liturgie della terra, interamente volte a celebrare questo atto unico della storia, non giureranno mai ad esprimere totalmente l’infinita densità. La bellezza dei riti non sarà veramente mai abbastanza ricercata, abbastanza curata, abbastanza elaborata, poiché nulla è troppo bello per Dio, che è la Bellezza infinita. Le nostre liturgie terrene non potranno essere che un pallido riflesso della liturgia che si celebra nella Gerusalemme del Cielo, punto di arrivo del nostro pellegrinaggio sulla terra[19].

            L’ARTE di celebrare, un impegno di tutti.

                                                                                               Sac. Michele Centomo


                [1] BENEDETTO XVI, Sacramentum caritatis 40. Esortazione Apostolica postsinodale all’episcopato, al clero, alle persone consacrate e ai fedeli laici sull’Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della chiesa, www.vatican.va.

[2] Guardini, nel suo aureo libretto “Lo Spirito della Liturgia, I Santi segni”, ci permette di comprendere come la “liturgia non dice “io”, bensì “noi” […]. La liturgia non è opera del singolo, bensì della totalità dei fedeli. Questa totalità non risulta soltanto dalla somma delle persone che si trovano in chiesa in un determinato momento, e non è neppure l’assemblea riunita, essa si dilata piuttosto oltre i limiti di uno spazio determinato ed abbraccia tutti i credenti della terra intera.  […] Il soggetto, che compie l’azione liturgica della preghiera, non è il semplice totale di tutti i singoli partecipe della stessa fede. E’ l’insieme dei  fedeli, ma in quanto la loro unità ha un valore autonomo, prescindendo dalla quantità dei credenti che la formano: la Chiesa”.

GUARDINI R., La Comunità Liturgica, in Lo Spirito della Liturgia. I Santi Segni, Prefazione di GIULIO BEVILACQUA, Morcelliana, Brescia, 1987,  6^ edizione, 39 (Opera Omnia di Romano Guardini, 18).

[3] Sacrosanctum Concilium. Costituzione Conciliare sulla Liturgia, in Enchiridion Vaticanum, I. Documenti ufficiali del Concilio vaticano II. 1962-1965. Edizioni Dehoniane, Bologna, 1985, 13^ edizione.

[4] Sacrosanctum Concilium, 2.

[5] Sacrosanctum Concilium, 14.

                [6] FRANCESCO, Evangelii gaudium, 24. Esortazione Apostolica ai Vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici sull’ annuncio del vangelo nel mondo attuale, in www.vatican.va

[7] Una breve sintesi sul concetto di ‘formazione’ ce la offre Petrazzini che dice: “Nell’uso comune il termine ‘formazione’ viene riferito sia all’azione formatrice rivolta ad un determinato scopo, sia allo stato di formazione raggiunto a determinati livelli o sotto determinati aspetti. Il termine viene perciò applicato ai più diversi settori […]. In ogni caso, secondo una concezione assai diffusa, la formazione è intesa prevalentemente come questione di dottrina, di conoscenze acquisite mediante  un processo di insegnamento-apprendimento. E’ necessario liberare il termine da tale concezione settoriale e intellettualistica per entrare in una visione più rispondente sia all’essere dell’uomo come realtà personale integrale, sia alla realtà che egli è chiamato a vivere come esperienza unitaria”.

Cfr. PETRAZZINI M.L., Formazione Liturgica, in Nuovo Dizionario di Liturgia, a cura di DOMENICO SARTORE E ACHILLE MARIA TRIACCA, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI), 1993, 5^ edizione, 542.

[8] Cfr. PETRAZZINI M.L., Formazione Liturgica, in Nuovo Dizionario di Liturgia, …, o.c., 542.

[9] Guardini dice: “Ciò che opera nell’azione liturgica, che prega, offre e agisce non è l’anima, non l’interiorità, bensì l’uomo: è l’uomo intero che esercita l’attività liturgica. L’anima, sì certamente, ma solo quando essa vivifica il corpo. L’interiorità, sì certamente, ma solo in quanto si manifesta nel corpo.

Anima forma corporis: questa preposizione del concilio di Vienne rivela qui il suo pieno significato, poiché la nostra anima è sostanza spirituale riguardo al suo essere indipendentemente dal corpo, ma in realtà è determinata ad essere, riguardo al corpo, il principio che dà forma, che vivifica e rende capace di opera”.

Cfr. GUARDINI R., Anima e Corpo in Formazione Liturgica. Saggi, Edizioni O.R., Milano, 1988, 21.

[10] “La liturgia è ritenuta quell’esercizio dell’ufficio sacerdotale mediante il quale con segni visibili viene significata, in modo proprio a ciascuno realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale”.  Sacrosanctum Concilium, 7.

[11] Cfr. Sacrosanctum Concilium, 6.

[12] “Noi intendiamo e cerchiamo di approfondire sempre di più il linguaggio di questa verità, che il Redentore dell’uomo ha racchiuso nella frase: ‘E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla’.

Queste parole, malgrado le apparenze, esprimono la più alta affermazione dell’uomo: l’affermazione del corpo, che lo Spirito vivifica!

[…] La Chiesa, cercando di guardare l’uomo quasi con “gli occhi di Cristo stesso”, si fa sempre più consapevole di essere la custode di un grande tesoro, che non è lecito sciupare, ma deve continuamente accrescere”.

[…] Quel tesoro  dell’umanità, arrochito dall’ineffabile mistero della figliolanza divina, della grazia di ‘adozione a figli’ dell’unigenito figlio di Dio, mediante il quale diciamo a Dio ‘Abbà Padre’, è insieme una forza potente che unifica la Chiesa soprattutto dal di dentro e dà senso a tutta la sua attività”

Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Redemptor Hominis, in Enchiridion Vaticanum 6. Documenti ufficiali della Santa Sede, 1977-1979. Testo ufficiale e versione italiana, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1983,12^ edizione.

[13] “Pertanto la missione della chiesa si realizza attraverso un’azione tale, per cui essa, obbedendo all’ordine di Cristo e mossa dalla grazia e dalla carità dello Spirito Santo, si fa pienamente ed attualmente presente a  tutti gli uomini e popoli, per condurli con l’esempio della vita e la predicazione, con i sacramenti e gli altri mezzi della grazia alla fede, alla libertà ed alla pace di Cristo, rendendo loro libera e sicura la possibilità di partecipare pienamente al mistero di Cristo”.

Cfr. Ad Gentes. Decreto sull’attività missionaria della Chiesa, in Enchiridion Vaticanum I. Documenti del Concilio Vaticano II. 1962-1965, Testo ufficiale e versione italiana, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1985, 13^ edizione.

                [14] Sacrosanctum Concilium, 34.

                [15] BENEDETTO XVI, Incontro con i sacerdoti della diocesi di Albano, Castel Gandolfo, 31 agosto 2006.

[16] Cfr. Sacrosanctum Concilium,1.

                [17] BORELLI R., Celebrare è un’arte, in http://www.settimananews.it.

                [18] BENEDETTO XVI, Sacramentum caritatis 35. o.c.

                [19] BENEDETTO XVI, Omelia alla celebrazione dei Vespri, Cattedrale di Notre Dame, Parigi, 12.10.2008.

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